sabato 22 agosto 2009

Bruno Balistrocchi

Balistrocchi! Sembrava un soprannome, uno di quei nomignoli che si assegnavano tentando di rappresentare la cifra più appariscente del personaggio (a Lentini e nell’ambito calcistico c’era anche Sbalestro, il compianto Turi Di Grazia, chiamato così per via della sua magrezza e dell’andatura dinoccolata, anche se forte fisicamente e rispettabile come centrattacco). Al signor Bruno, questo “balistrocchi” come “‘ngiuriu” sarebbe stato alla perfezione: era magro e teso come una balestra ed aveva una parlata che era un patrocchio, il prodotto della fusione fifty/fifty tra il lentinese e il cremonese. D’altra parte il sig. Bruno i primi vent’anni della sua vita li aveva vissuti a Cremona ed era giunto a Lentini nel ’43, quando erano pochini a parlare o a comprendere l’italiano. L’invenzione della nuova lingua fu una necessità ineludibile. Tra i tanti allenatori che passarono da Lentini lungo i trent’anni del suo “regno” vi fu anche l’indimenticabile “Chico” Washington Cacciavillani. Questi era nato in Uruguay (lingua spagnola), si era trasferito a Milano, acquistato dall’Inter anche lui poco più che ventenne, poi si trasferì nella nostra provincia per mostrare prima ed insegnare dopo ottimo calcio. Anche Chico, dunque, per comunicare dovette inventarsi una nuova lingua, un cocktail di spagnolo, italiano e siciliano. Chi legge può immaginare cos’erano le conversazioni tra i due.
Torniamo al “Balistrocchi”. Questo era il vero cognome del sig. Bruno. Un cognome confezionato su misura.
Ce lo ricorderemmo con molto affetto e simpatia e con grande gratitudine anche se si fosse chiamato Rossi o Bianchi. Perché era davvero un uomo straordinario, gentile e generoso, anche se faceva di tutto per apparire burbero. Cominciò da semplice attacchino dei manifesti della Leonzio, poi divenne anche custode dello stadio, magazziniere e infine anche massaggiatore. Per trent’anni fu il factotum della squadra bianconera. Ed anche uno dei simboli. Ma lo amarono anche molti che non frequentavano il calcio: chiunque aveva bisogno di un massaggio, di un consiglio o di una bendatura per una storta o una slogatura poteva andare allo stadio e chiedere aiuto a lui. Il rimedio era immediato e la guarigione garantita.
Giunse a Lentini avventurosamente dopo lo sbarco degli Alleati, dopo essere sfuggito all’esercito inglese che lo aveva catturato nei pressi di Agnone. Qui conobbe la ragazza che sarebbe poi diventata sua moglie e qui mise radici, pur non dimenticando mai la sua Cremona. Sposata Rosina, con lei ebbe tre figli, Angelo, Nino e Patrizia. Angelo fece il percorso inverso di quello del padre: giovanissimo si trasferì a Cremona e lì si è affermato come manager in una grande azienda alimentare.
La Leonzio a Balistrocchi diede un lavoro (allora era così ricca e organizzata da poterlo fare) ma lui diede alla Leonzio tutta la sua vita, il suo entusiasmo, una straordinaria perizia di massaggiatore. E le diede anche qualcosa che adesso chiamiamo “logo”: un segno di riconoscibilità immediata ed unica. Negli oltre trent’anni del suo “regno” si susseguirono diversi presidenti decine di dirigenti, molti allenatori, centinaia di calciatori anche importanti. Restarono immutate solo le maglie a strisce bianconere e le velocissime corse di Bruno – i campi in terra battuta - in soccorso di un calciatore infortunato con secchio d’acqua magica, spugna e asciugamano. Quando l’infortunato si rialzava, dopo una spugnatura ed un veloce massaggio, gli applausi erano tutti per Bruno, mica per il calciatore. E alla Leonzio fu sempre fedele. Memo Prenna, monumento del calcio siciliano, alla fine del biennio trascorso a Lentini come calciatore e allenatore, tentò in tutti i modi di convincerlo di andare a Catania, dove avrebbe certamente trovato soddisfazioni economiche e professionali superiori a quelle di Lentini. Lui rifiutò senza esitazioni: la Leonzio era la sua famiglia e Lentini la sua città. Andarsene per lui sarebbe stato come tradire tutti i segreti che decine e decine di calciatori e allenatori gli avevano confidato (si sa che per gli atleti il massaggiatore è il miglior confessore).
Ci fosse stato un campionato di simpatia, la Leonzio lo avrebbe vinto per trent’anni di seguito e Bruno per trent’anni sarebbe stato capo cannoniere e pallone d’oro.
Tutti lo volevano bene e perfino l’Amministrazione comunale, quando si seppe che stava male, gli volle consegnare un riconoscimento in nome della città.
Lasciò la famiglia, la Leonzio e Lentini il 30 ottobre del 1984, ma chi potrà mai dimenticarlo?