lunedì 3 maggio 2010


COMUNICATO STAMPA

IL CIRCOLO LENTINI, UN LIBRO, UN VIDEO, CENTINAIA DI PROTAGONISTI

Giovedì 6 maggio alle ore 20,30, presso il cine-teatro Odeon-Lo Presti, sarà presentato il libro “IL CIRCOLO LENTINI, UNA BELLA STORIA DI CALCIO” di Ciro Militti e Guglielmo Tocco, con la prefazione del preside Armando Rossitto, assessore alle Politiche Giovanili del Comune di Lentini, edizione Inmedia.
Si racconta la storia di una società di calcio giovanile, dalla vita relativamente breve, ma che ha avuto uno straordinario impatto con la comunità lentinese per il numero di atleti, per l’attaccamento di costoro ai colori sociali, per il ruolo formativo ed educativo, per essere stata l’unica a portare ogni anno i propri atleti in tournèe all’estero, e non per ultimo, per essere stata fondata e diretta da personaggi “storici” del calcio lentinese,come Lucio Inserra, Alfio e Fino Carrà, ecc.
La serata andrà ben oltre la presentazione del libro: sono previsti interventi da parte degli autori, dei protagonisti, del sindaco e dell’assessore Rossitto, sarà proiettato un video con immagini della squadra in Svezia e in Germania. Ma sarà anche una grande festa in cui centinaia di ex calciatori, allenatori e dirigenti dl Circolo si incontreranno per ricordare e per raccontare alla città un’esperienza unica e indimenticabile.
Il libro e la serata stati patrocinati dall’Amministrazione Comunale di Lentini.
Ciao a tutti, sono tornato. Quattro mesi sono stati lunghi, ma ora riprendiamo con gioia e allegria.

domenica 17 gennaio 2010

BA-LO-TE-LLI-BA-LO-TE-LLI

Sono tifoso della Juventus dal 1960, i tempi di Sivori, Charles, Boniperti. Mai tradito la Juve. Ma in questi giorni ho trasferito parte consistente del mio tifo su Balotelli.
È meraviglioso: a soli diciannove anni riesce a mettere sistematicamente in difficoltà i razzisti che frequentano gli stadi e la Lega Calcio. I primi sono costretti a cori così demenziali che se a casa lo sanno i figli e i fratelli più piccoli non vanno più a scuola per la vergogna: il più evoluto e intelligente di detti cori è “Se saltelli muore Balotelli”. E mentre lo urlano coi volti paonazzi saltellano come dei primati. Delle altre manifestazioni dei propri sentimenti neanche a parlarne: vanno dal “buuu” al lancio di banane in campo, come per dire “hai la pelle nera, quindi sei una scimmia”. Più o meno come fece il bue quando diede del cornuto all’asino. Penso che il volto e l’intelligenza che i razzisti da stadio stanno mostrando, oltre che veritieri siano i migliori strumenti di lotta contro il razzismo in generale. Basta farli conoscere anche fuori dagli stadi e vedrete che anche i razzisti “da città” non si mostreranno più per paura di assomigliare a quelli.
Ma quali sono le colpe di Balotelli? Diverse. Innanzitutto è nero, molto bello, dal fisico statuario (forse suscita qualche invidia?) in secondo luogo è bravissimo a giocare al calcio (e come si permette?); in terzo luogo, e questo non lo doveva proprio fare, è italiano (non esistono italiani neri, urlano); infine, e questa è la colpa più grande, quando loro fanno le scimmie saltellanti, Mario fa l’uomo: non abbassa la testa, non si demoralizza e batte loro le mani.
Quei galantuomini (e qualche altro ipocrita dell’ambiente) sostengono che ce l’hanno con Mario per il suo carattere e non per la pelle. E allora, perché “buuuu” e banane? All’inizio citavo Sivori: oltre ad essere stato straordinario e indimenticabile campione di calcio, il grande Omar fu anche primatista mondiale di squalifiche per liti con avversari, con arbitri e pubblico. Ma aveva la pelle bianca e quindi anche il diritto ad un bel caratterino.
E la Lega Calcio? Beh, il suo primo intervento fu quello di multare Balotelli perché applaudì i dementi che gli auguravano la morte (ripeto, 19 anni e calciatore, mica killer o stupratore di bambini). Il secondo intervento, grazie alla reazione della stampa “buonista” (attenzione: questa è una parolaccia!) è stato ragionevole il minimo: la curva Sud dello stadio di Torino sarà chiusa per la prossima partita della Juve. Ecco, non fare entrare in uno stadio, almeno per un giorno, una massa di idioti, razzisti e violenti non salverà il mondo, ma potrebbe essere l’inizio di una reazione che vada oltre la persona del calciatore con la schiena dritta.
E questo è il più bel gol del mio beniamino.

sabato 9 gennaio 2010

Fratelli d'Italia, l'Italia s'è persa

Quello che è accaduto (sperando, mentre leggete questo articolo, non stia ancora accadendo) a Rosarno e Gioia Tauro ci mette davanti ad una realtà assolutamente incontestabile: questo è un Paese razzista, ipocrita e arretrato.
Parole grosse? Vediamo.
Rosarno è una cittadina calabrese, in provincia di Reggio Calabria, che conta poco meno di 16 mila abitanti. Secondo un rapporto di “Medici senza Frontiere” essa, ospita più di 5000 immigrati, 23 diverse nazionalità, tra extra-comunitari e comunitari, che ne fanno la terza zona d'Italia ad alta densità di stranieri in rapporto alla popolazione residente, dopo Napoli e Foggia. Vuol dire che ogni quattro persone che circolano nel suo territorio una è straniera (quasi sempre di pelle nera che più nera non si può). Per anni hanno convissuto pacificamente. Nessuno (autorità, amministrazione, bravi cittadini) si è posto il problema di distinguere tra immigrati regolari e clandestini. Sapete perché? Perché tutti e 5 mila facevano comodo. Perché in campagna, a raccogliere arance e mandarini, quelli lavorano dall’alba al tramonto, come gli italiani di ottant’anni fa, a metà paga e senza ingaggi, diritti, assicurazioni, ecc. E i clandestini facevano più comodo, perché ancora più deboli e meno protetti e anche ricattabili.
Sono stati trattati così male (nel lavoro e fuori) da avviare una vera e propria rivolta. E giustamente tutti ci indigniamo per la rivolta. I bianchi sparano sui corpi dei neri e la cosa non ci turba granché, poi i neri sfasciano i cassonetti e le automobili dei bianchi e siamo tutti preoccupati dell’invasione dei neri. Il Ministro degli Interni (il geniale inventore delle ronde che dovevano salvare l’Italia e che neanche nelle sue valli prealpine hanno trovato gente disposta a farle) ha dichiarato che il problema è dovuto alla eccessiva tolleranza verso i clandestini. Lui quando ha fatto quella dichiarazione non sapeva perché le prime due persone straniere di colore erano state colpite con armi da fuoco, né sapeva se erano regolari o clandestini. Sapeva solo che erano neri. Pertanto, e solo per tanto, erano causa e non vittime di violenza (a quando, sig. ministro, le ronde coi cappucci bianchi e le croci incendiate?). Questo si chiama razzismo e il far finta di non accorgersi che in Italia migliaia e migliaia di poveracci sono tenuti in condizioni di semi schiavitù si chiama ipocrisia.
E l’arretratezza? Questo tipo di razzismo è da Mississippi, Georgia, Louisiana della prima metà del secolo scorso, è quello che abbiamo visto in tanti vecchi film americani da Mississippi burning a Il buio oltre la siepe a La calda notte dell’ispettore Tibbs. La contemporaneità è un nero, figlio di immigrato, Presidente degli Stati Uniti d’America.

mercoledì 23 dicembre 2009

Buon Natale

Pur non essendo credente, amo la festa di Natale e l’aspetto con ansia. Ogni anno mi porta lo stesso regalo, ma ad ogni anno vi scopro qualcosa di nuovo. Il regalo è la sua stessa storia: la storia della nascita di un bambino, figlio di genitori in fuga da un regime crudele. Una storia che se non fosse vera sembrerebbe scritta apposta per fare riflettere molti italiani e il governo Berlusconi, leghisti in testa. LA STORIA da cui nascono i capisaldi della nostra civiltà: il rispetto e l’attenzione per il prossimo, soprattutto quando è povero, bisognoso, privo di risorse. E che in ognuno, anche il più umile e diverso può celarsi il Figlio di Dio, un genio, un uomo buono. Il 25 dicembre di ogni anno provo un gusto indicibile, una sensazione di ristoro e di rinnovamento, nel risentire quella storia e nello scoprirne altri significati. Ogni anno ha un impatto diverso con la nostra vita. Quest’anno giunge mentre c’è chi chiama “clandestini” gli stranieri più poveri e studia sistemi e stratagemmi per respingerli e rifiutare loro ogni minimo aiuto. E giunge mentre Betlemme, il paesino dove nacque Gesù sta morendo soffocata da una dura occupazione militare e da un muro imponente. Mentre gli abitanti, tutti i suoi abitanti, anche i bambini, i vecchi, i disabili, le donne incinte vivono in una prigione a cielo aperto. Come ogni anno dobbiamo augurarci che quella distanza diminuisca. E che ognuno si disseti, si ristori, si rinnovi ripassando la storia di Natale. Buon Natale. Guglielmo

lunedì 21 dicembre 2009

Una mostra d’arte per sei giovani talenti

E chi se l’aspettava più? Da anni a Lentini non si vedeva una mostra d’arte. E forse mai se ne erano viste di così raffinate. Eppure è accaduto. Il 7 e l’8 dicembre, giorni consacrati all’Immacolata, gli incantevoli saloni di palazzo Magnano San Lio, in via Garibaldi, si sono aperti al pubblico per l’esposizione di alcune opere di pittura e fotografia di sei giovani ed interessantissimi artisti lentinesi e carlentinesi. Un incanto: gli autori di inaspettato, notevole livello e l’organizzazione impeccabile. Il titolo: "Giovani artisti del nostro territorio"; la curatrice: Damiana Vinci. E proprio Damiana è la prima splendida sorpresa: una giovane lentinese “vocata” ad organizzare eventi e a valorizzare le risorse artistiche del territorio. Tra l’altro, in grado di convincere gli amministratori di Lentini e Carlentini a patrocinare l’evento e di inserire due momenti musicali che da soli facevano evento: nel corso della prima serata un concerto jazz di un quartetto formato da Carlo Cattano (sax), Salvo Amore (chitarra) Filippo Di Pietro (basso) e Franco Farchica (batteria); nel corso della seconda, l’esibizione di un quartetto d’archi composto da Noemi La Cava (violino), Annalisa Virzì (violino), Matteo Blundo (viola) e Bruno Crinò (violoncello).

EpPer non farsi mancare niente, nelle due serate una degustazione di vini e delizie gastronomiche locali.

E questo era solo il “contorno!

Il dono più grande fatto alla città è stato quello di far conoscere alcuni talenti di notevoli doti e dal futuro luminoso. Ve ne parlerò seguendo l’ordine del percorso dell’esposizione.

Prima sala: Giuliana Piccolo. Presentava opere di straordinario effetto, in cui il segno è tracciato “bruciando” la tela nera con la varechina ed è sottolineato con corde di cera nera. Opere di inenarrabile musicalità.

La seconda sala ospitava le opere fotografiche in bianco e nero di due artiste di grande capacità di suggestione: Maria Costanzo e Valentina Marino, entrambe laureate all’Accademia di Belle Arti di Catania, entrambe con esperienze anche in altre ambiti artistici (pittura, decorazione, grafica), entrambe usano la macchina fotografica per fotografare l’anima, i sogni, le ansie e le attese dei nostri giorni. Ma raccontano tematiche, stati d’animo, esperienze diverse, con sensibilità e linguaggi differenti: per questo stavano bene insieme.

Nella terza sala esponeva Christian Vecchio: tecnica pittorica e cifra estetica fuori dall’ordinario, ricercato, spirituale, incantatore. Un ragazzo gentile e modesto ma artista di livello elevato. Anche lui è laureato all’Accademia di Belle Arti di Catania.

Ospite della quarta sala era Veronica Astone, la più giovane del gruppo (tutti, comunque, al di sotto dei trent’anni). Esponeva una serie di opere con cui, delicatamente, dice la sua nel dibattito spesso sguaiato, superficiale e urlato, su culture e tratti somatici diversi da quelli europei. Bellissimi volti di donne e bambini di colore, che raccontano umanità, sofferenza, dolcezza.

Nell’ultima sala esponeva Alessandra Nastasi. L’unica autodidatta, ma anche lei dotata di grande tecnica e forza espressiva. I suoi soggetti preferiti sono i paesaggi cittadini, a cui conferisce atmosfere di grande suggestione e la natura, in particolare le rose, di cui riesce a far sentire l’odore e la delicatezza vellutata dei petali.

Grazie, Damiana, per questa mostra e per gli artisti che ci hai fatto conoscere. E ben arrivata. Nel nostro territorio c’è bisogno di arte, di bellezza e di tipi come te.

giovedì 19 novembre 2009

Il video del Convegno "1948-'49, gli arresti della Vaddàra e la strage di Melissa".



Lentini- Aula Consiliare - Sabato 14 novembre, ore 18

venerdì 6 novembre 2009

Padre Carlo D'Antoni sul Crocifisso da togliere

Mi fa piacere condividere con gli amici che di tanto in tanto mi fanno visita questo intervento di padre Carlo D'Antoni sul dibattito nato dalla direttiva della UE i togliere i crocifissi dalle ascuole e dagli altri luoghi pubblici.
Padre Carlo è un sacerdote di Siracusa, a mio modo di vedere "un eroe del nostro tempo, per l'impegno senza sosta e senza risparmio nei confrenti dei più poveri, i più bistrattati, i più emarginati (gli immigrati).

Io sarei d'accordo per far togliere il Crocifisso dalle scuole. Ma anche dagli ospedali e da tanti enti pubblici. E questo per rispetto del Crocifisso.
Per amore di verità. Questo "segno" che altro non è che la carta di identità
del Dio creduto dai cristiani, non dovrebbe continuare ad essere usato per
ornare luoghi che forse hanno smarrito il loro spirito costitutivo. La scuola,
ad esempio, è luogo educante dove la persona è accompagnata nella sua maturazione prima umana e poi professionale (a cominciare dalla scuola primaria
e secondaria) ? Oppure, nelle aule dei tribunali, dove l'amministrazione
della giustizia non sempre è rispettosa della dignità e dell'uguaglianza
dei cittadini (sia per i tempi biblici che le sono caratteristici, sia per la
cavillosità e costo davvero scoraggianti).
E' desolante che tanti difensori del Crocifisso dicano che esso è un simbolo
della nostra cultura e della nostra storia.
Il crocifisso è un segno non di queste cose (potrebbero esserlo forse le
nostre opere d’arte anche di ispirazione religiosa), ma è segno parlante di
una rivelazione da parte di Dio, per chi ci crede. Il suo luogo naturale è
costituito da tutti i Golgota dove si continua a crocifiggere quell'uomo con il quale Dio ha voluto essere solidale. Se a qualcuno interessa sul serio il Crocifisso, deve cercarlo là e non negli uffici o nei palazzi spesso distanti dai pensieri e dal cuore di quell'uomo di Nazaret. E neanche, aggiungerei, in tante chiese ed edifici ecclesiastici.
Così come dovrebbe essere proibito stupidiare con il Crocifisso ridotto ad orecchino, accessorio di collanine eccetera. In oro, diamanti… Ma oggi si usa anche metterselo sul culo (si dice piersing?)
La vera questione secondo me è allora un'altra: è giusto che si continuino
ad eliminare, sommersi e sepolti da tonnellate di profitto ed indifferenza, i
crocifissi della terra (abitanti del terzo mondo, i nostri giovani senza
futuro, gli immigrati, i popoli devastati dal non rispetto dell'ambiente, i sottoposti ai regimi della mafia, camorra...)?
Ma so bene che questa campagna di eliminazione dei crocifissi in carne e ossa non entusiasma tante nostre associazioni che pur si dicono di ispirazione cattolica. I
crocifissi languono e ci muoiono tra i piedi. Ci inciampiamo sopra e li malediciamo
sperando che presto le nostre città vengano ripulite.
Ma giustamente, mi si farà notare che sono andato fuori strada rispetto al
tema sul quale ci è stato ordinato di perdere tempo.
padre Carlo.

martedì 3 novembre 2009

Il sindaco di Lentini e "gli amici di Iacopo" a Melissa

Il 29 ottobre si sono svolte a Melissa le solenni e commoventi iniziative in memoria della tragica giornata di sessanta anni prima, in cui tre giovani braccianti, Francesco Nigro, Angelina Mauro e Giovanni Zito, persero la vita. La manifestazione durante la quale furono colpiti a morte dalla polizia di Scelba non era dissimile dalle altre migliaia che si svolsero in Italia, e soprattutto nel meridione, tra il 1943 e il 1950: si chiedeva lavoro e l’assegnazione delle terre incolte ai contadini. E non fu neanche l’unica a concludersi così tragicamente, se in quel periodo i manifestanti uccisi furono 75, i feriti oltre 5.000, quelli processati 93.000 e quelli condannati 61.243 (i numeri, da soli, bastano a spiegare che non si trattava di “facinorosi”, come li definiva Scelba, e che le loro istanze non erano estemporanee o di tipo corporativo ).
Anche i braccianti lentinesi furono protagonisti di quella stagione di lotte. Tra questi non si contarono morti, ma neanche a loro furono risparmiati dolori e drammi: vi furono decine di feriti e centinaia di processati.
Il sindaco di Lentini, Alfio Mangiameli è stato presente, insieme ad una delegazione di cui faceva parte anche il sottoscritto. Il primo cittadino a nome della città ha espresso tutta la solidarietà al comune e alla popolazione della cittadina calabrese ed ha voluto ricordare il contributo di lotta, sofferenza e sacrificio che i nostri braccianti diedero negli anni ’40 e ’50 per il progresso e la giustizia sociale in Italia. Ed ha raccolto apprezzamenti e chiari segni di stima e simpatia da amministratori pubblici, sindacalisti, pubblico e relatori. Tra questi spiccavano il sindaco di Melissa, Gino Murgi, il coordinatore della Fondazione G. Di Vittorio, Andrea Gianfagna, i docenti Gino Massullo, dell’Università La Sapienza di Roma, Cesare Pitto, dell’Università della Calabria, Tommaso Baris, dell’Università di Palermo, il segretario della CGIL Calabria, Sergio Genco e il segretario della CGIL di Crotone, Antonio Spataro.