sabato 26 marzo 2011

MINE

È venuta a trovarmi la dolcissima Mine, giornalista e scrittrice turca di Istanbul..è fresca, leggera e sorridente come una decina di anni fa, l’ultima volta che ci siamo visti. Nel frattempo si è sposata con Cem, gigantesco e atletico produttore di melograni, ed ha portato al mondo due figlie, gemelle , Deniz e Asya Meryem. Mi ha dato la grande gioia di conoscere tutti e tre i suoi cari.
È innamorata della Sicilia (mi illudo che ci sia del vero quando dice che a questo ho contribuito anch’io). Ama particolarmente Siracusa, dove ha abitato alcuni mesi e dove ha molti amici, tra i quali Ramzi Harrabi, il musicista tunisino amico mio e di molti lentinesi.
È tornata a Siracusa per mettere in atto un’idea coltivata da due anni e mezzo, da quando, cioè, sono nate le bambine: ha portato con sé un pezzettino di cordone ombelicale così a lungo conservato e lo ha seppellito ai piedi del grande albero che c’è ai bordi della Fonte Aretusa.
Secondo un’antica tradizione turca questo (come da noi la monetina nella Fontana di Trevi) farà tornare e bambine a Siracusa.
Ce una luce radiosa illumini sempre il tuo cammino, Mine

lunedì 7 marzo 2011

UN'ONESTA AMMISSIONE DI FALLIMENTO

La Ministra Gelmini ha dichiarato: "La scuola pubblica resisterà ai miei tagli".
Pensava fosse molto più semplice demolirla del tutto a favore di quella privata.
La ragazza è presa dal panico: comincia a temere che la maledetta potrebbe resistere non solo ai tagli ma anche a tutti quanti gli attacchi suoi e del suo principale.

mercoledì 2 marzo 2011

Lettera al sig. Presidente della Repubblica

Gentile sig. Presidente

Le vorrei rivolgere una preghiera: in una qualsiasi delle cerimonie a cui parteciperà in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, anche in una sola, La prego di spendere qualche parola in ricordo di quella intera generazione di giovani siciliani che, nei primi anni successivi alla nascita del Regno Unitario, venne sterminata senza pietà, perché renitente alla leva obbligatoria.
Lei è uomo coltissimo e di origine meridionale, per cui conosce bene l’argomento di cui parlo. Le chiedo quindi scusa se ne faccio qualche accenno.
Nell’anno 1862 venne introdotta in Sicilia (e in tutto l’ex Regno delle Due Sicilie) per la prima volta la Leva obbligatoria. Stiamo parlando di territori abbastanza grandi in cui la maggior parte della popolazione viveva in villaggi, campagne, piccolissimi centri rurali. Dove l’informazione giungeva scarsissima, approssimativa e con ritardo.
Per le famiglie dei “jurnatari” il figlio maschio rappresentava una risorsa insostituibile. Il 95% dei ragazzi di quell’età era analfabeta e raramente si era spostata da un villaggio all’altro e conosceva una parlata diversa dalla sua.
All’improvviso, a casa di ognuno di questi ventenni giunse il carabiniere più vicino per ordinare che il tal giorno e la tal ora dovevano presentarsi in caserma per fare il servizio militare per il nuovo Re e per CINQUE ANNI.
E che cos’è un militare? E chi è il nuovo Re?E perché non c’è più Franceschiello? E io per cinque anni non potrò vedere la mia famiglia, non mi potrò sposare e dovrò fare le guerre’
Nessuno sforzo fu fatto dalle autorità per capire il popolo siciliano né per farsi capire da esso.
Inevitabile che la quasi totalità dei giovani coscritti fuggisse immediatamente per le montagne e per i boschi e che molti di loro per sopravvivere si unissero alle bande di fuorilegge, banditi e tagliagole che, certo, non mancavano.
Su a Torino valutarono il problema come gravissimo. Pensarono di porvi rimedio applicando anche in Sicilia e contro questi ragazzi una legge già in vigore nelle province “infettate dai briganti” (Campania, Basilicata e Calabria).
Una legge che a molti era apparsa semplicemente disumana anche nei confronti degli stessi briganti e banditi, la famigerata Legge Pica.
I renitenti, i loro parenti e persino i loro concittadini (attraverso l'occupazione militare di città e paesi) furono trattati alla stregua di briganti e banditi
Alla sospensione dei diritti costituzionali, dunque, si accompagnavano misure come la punizione collettiva per i reati dei singoli e il diritto di rappresaglia contro i villaggi: veniva introdotto il concetto di "responsabilità collettiva".
Io non so quanti furono i ragazzi uccisi, condannati a morte o ai lavori forzati, spinti alla macchia e lontano dalle famiglie.
Si sa per certo che nei due anni e mezzo in cui fu in vigore (agosto 1863-dicembre 1865) in tutto il meridione d’Italia, compresa la Sicilia, la Legge Pica causò 14.000 morti in scontri a fuoco, 12.000 tra arrestati e deportati, 2,218 condannati a morte.
Ecco, sig. Presidente, forse prolungare il silenzio su questo enorme delitto commesso da italiani contro italiani non giova molto alla profonda, piena, totale convinzione che l’Unità d’Italia sia stata cosa interamente buona.

venerdì 14 gennaio 2011

IL GLOSSARIO DELLE PAROLE E DEI DETTI LENTINESI

Nino Risuglia è un bell’uomo che deve faticare molto per convincere i suoi interlocutori di essere pensionato e quasi settantenne. Da giovane fu un buon atleta (salto in lungo), poi si laureò in legge e per un breve periodo fece l’avvocato, per il resto della sua vita lavorativa è stato dirigente di varie industrie petrolchimiche. Adesso divide il suo tempo tra la sempre affascinante sua Valeria e i suoi tre nipotini.
E in gran parte lo dobbiamo proprio a questi ultimi se possiamo godere di un piccolo gioiello, un delizioso libro dal titolo: “Glossario. Parole e detti lentinesi”: Perché Nino quando parla con loro non usa solo l’italiano. Anzi fa di tutto per infarcire le sue discussioni con i più bei vocaboli del suo amato lentinese, suscitando decine di “E che vuol dire, nonnino?” e godendo di poter dare le dovute spiegazioni. Alla lunga è accresciuta la sua convinzione che questa parlata andava rispolverata, conservata, trasmessa. E non solo ad Alessandro, Federico e Andrea. Ed eccolo, allora, prendere carta e penna e spremere le meningi per ricordare le migliaia di parole, molte delle quali ormai in disuso anche tra i più anziani dei quartieri popolari:
Quanto amore ci vuole per scrivere una ad una circa cinquemila parole e un migliaio di modi di dire? Lo immagino seduto, non a scrivere ma a prendere ogni parola da uno di quei canestrini colorati in cui un tempo si spedivano le arance e lucidarla delicatamente col fiato e col panno e deporla amorevolmente nello scrigno che poi è diventato libro.
Per offrirlo a loro tre. Ed anche a noi tutti,
Nel Glossario troviamo tutti (ma proprio tutti) i termini che usiamo quotidianamente noi che ancora parliamo in dialetto, ma anche tante parole e verbi dei nostri nonni, in buona parte dimenticati: i giuiuzza, curinedda, ciatuzzu,, sangu miu della madre verso i piccolini, i fussetti, u moccuru, i muttetti dei bambini, a cozzicannata e i cozzicatummula di quelli più grandicelli, e poi, a fossetta e u labbisi i tumbuluna, i iangati, i sucazzuna, i masciddati, i pusteddi, l’ossupizziddu, chiddu affrivagghiatu, chiddu ‘nzalanutu, chiddu ‘mpipiriddatu, chiddu mogghiu, chiddu acculantatu, u bazzariotu, e asciari, lammiccari, purraschiari , i fruttati, i manopiri,a critaglia….
Insomma, un lavoro importante che mancava e che adesso c’è. Un vuoto che è stato colmato? Noooo! Qualcosa di più, molto di più.
Senza tanta retorica il nostro Nino ha raccolto lo spirito, il profumo i suoni della nostra parlata, li ha racchiusi in un palloncino trasparente e li ha esposti, mostrandoci così il collante che ci tiene assieme come lentinesi e che avvicina i nipoti ai nonni.
Davvero grande, Nino. Complimenti e grazie.

mercoledì 5 gennaio 2011

DAI VERDI ARANCETI DI LENTINI ALLE FUCINE AEROSPAZIALI

DAI VERDI ARANCETI DI LENTINI ALLE FUCINE AEROSPAZIALI

Dopo diversi anni ho rivisto Stefano Cosentino, il figlio di Pippo, già professore e preside, e di Tanina Puglisi, funzionaria dell’ASL.
L’avevo conosciuto che aveva 5 o 6 anni, adesso è un gigante quasi quarantenne, sposato e padre di due figli. I suoi occhi sono sempre dolcissimi, la sua espressione e il suo modo di parlare sempre molto delicati.
Ha lasciato Lentini più di dieci anni fa, dopo essersi laureato in Ingegneria Meccanica con specializzazione in Scienza dei Materiali all’Università di Catania
Ora ha casa a Chester, una cittadina inglese fredda e molto graziosa vicina ai confini col Galles, sua moglie, inglese, ha un nome italiano (Andrea), i suoi figli si chiamano Hanry e Daniel, che più inglesi non si può.
Ma a Chester, proprio come dicevo, ha solo casa: vi trascorre la notte e le poche ore dei giorni di festa. Gran parte del suo tempo lo vive nei suoi uffici, che sono due: uno a Blackburn, a poche decine di chilometri da Chester e l’altro a Bloomfield, nel Connecticut, Stati Uniti a qualche migliaio di chilometri dal primo.
È responsabile delle ricerche e sviluppo di nuovi prodotti e processi di un’azienda multinazionale che si occupa nientedimeno che della produzione di componenti per velivoli spaziali e dell’aviazione civile, della costruzione di elicotteri e di droni, e di un centro di ricerca elettro-ottico legato al settore della difesa. Il nome dell’azienda è Kaman Aerospace Corporation e la sua sede principale è quella del Connecticut ed ha un fatturato di circa 1.25 Miliardi di dollari l’anno.
A me piace questa nuova generazione di “giovani senza frontiere” Vivono la loro fase lavorativa con audacia e coraggio. Scelgono le materie e studiano senza paure e poi vanno a cercare il lavoro che a loro interessa dovunque si trovi, non lasciandosi intimidire da distanze o frontiere.
Stefano rimane legatissimo alla famiglia, agli amici, a Lentini e all’Italia. Ne è lontano temporaneamente perché è giusto e bello svolgere un lavoro affascinante e molto gratificante senza compiangersi troppo per qualche sacrificio, ma ad ogni occasione è qua e, quando avrà completato il suo ciclo lavorativo, tornerà a respirare l’aria fragrante degli aranceti.
C’è anche una seconda cosa che mi colpisce e mi fa morire di invidia: i due uffici di Stefano distano qualche migliaio di chilometri l’uno dall’altro. Egli li percorre con la stessa naturalezza con cui gran parte di noi percorre corridoi di muratura, pavimenti e soffitti. Ma lo fa in aereo, sorvolando l’oceano sterminato, sopra le nuvole. Con un computer sopra le gambe (ogni tanto un appunto, una ripassatina…)
Anche questo è nuovo mondo per nuove generazioni senza frontiere. Inimmaginabile fino a qualche anno fa.
Alcuni mesi fa, un altro prezioso giovane lentinese, Rocco Rossitto, su una rivista giovane anch’essa e molto elegante, I love Sicilia,in una rubrica dal titolo “Cu nesci arrinesci” pubblicò una breve intervista a Stefano e questa sua avventura. Gli sono molto grato perché quell’intervista mi ha fatto conoscere cosa sta facendo Stefanone e quale società nuova sta nascendo grazie a lui, Rocco e questa nuova generazione senza frontiere.

giovedì 11 novembre 2010

Mamma mia, che confusione!

Ruby o ruba?
Nipote di Mubarak o figlioccia di Tchumbala-bey?
Adottata con l’autorizzazione del PM o portata a casa come un pacco?
Prostituta soggetta alla “stretta” del Governo o escort del Capo del Governo da ospitare ad Arcore?
Ministro degli interni o ministro delle coperture (coperte e lenzuola)?
Emilio Fede o Nino Taranto?
Silvio o Totò?

lunedì 19 luglio 2010

I Mobili di Falcone

Vorrei esprimere tutto il mio apprezzamento per l’amico e concittadino (esiste ancora la categoria “cittadino”) Aldo Failla: senza perdersi in polemiche, esternazioni, chiacchiere, accuse, ha portato a temine un’operazione di altissimo valore culturale. I mobili su cui lavorò Giovanni Falcone (ma anche Paglialunga e Santiapichi) sono stati recuperati. A nulla vale più ricordare in quale modo li avevamo persi, né per responsabilità di chi e con quale superficialità. Vale
ricordare, invece, perché non andavano persi. Omettendo, rispettosamente, di spiegare l’importanza dei simboli (da Ground Zero al Carrubo di Falcone, tanto per restare in tema) per ogni comunità grande o piccola, evoluta o arretrata, i mobili
non andavamo persi perché sono dei simboli, dei monumenti unici, di valore inestimabile, non riproducibili.
Ci sono vari modi per sentirsi bravi. Uno è quello, esclusivamente lentinese (ma non l’unico dei lentinesi), di ignorare, sminuire, denigrare, tutto ciò che fanno gli
altri. Un altro è quello prevalente nelle società più evolute, tra cui a volte entra anche Lentini, di sapere cogliere tutte le sfaccettature e le potenzialità di un’opportunità. Per me i Mobili, tra le tante cose, offrono anche due grandi opportunità: 1) quella di realizzare un monumento e luogo-simbolo unico, solo nostro, non limitato al ricordo dell’uomo e del suo sacrificio, ma dinamico, sempre vivo e rinnovato; 2) quella di vedere collaborare, senza alcuna deleteria competizione, nell’interesse dell’obbiettivo e della città e senza pretendere mea
culpa da parte di nessuno, tutti coloro (e sono tanti) che hanno mostrato sensibilità ed impegno nel versante anti mafioso, della legalità, della civiltà (da Libera alla CGIL, dalla Chiesa Madre alla Chiesa Evangelica, alle associazioni antiracket alle scuole e, per non fare nomi, da Failla ad Armando Rossitto, da Censabella e Boggio a padre Claudio, ecc. ecc.).
Per realizzare tutto questo io un’idea ce l’ho: Il Comune metta a disposizione uno dei locali di piazza Duomo oggi affidati ad una delle Associazioni antiracket. Dentro potremmo collocarvi i mobili ed altri suppellettili visibili dall’esterno giorno e notte (Il Monumento a Falcone) ma anche utilizzabili per la realizzazione di un Centro di Ricerca e Documentazione antimafia.

mercoledì 14 luglio 2010

Il Presidente zio

Dopo il Presidente operaio, il Presidente cantautore, il play boy e il play old, il Presidente zio di Johnny Stecchino ci sta proprio bene. Ve lo ricordate? “Vedi perché la Sicilia non può andare avanti, non può avere futuro? Perché è oppressa da questi enormi problemi: il traffico di Palermo, le eruzioni dell’Etna, il caldo… “ Berlusconi, con la stessa lucidità e con lo stesso coraggio, oggi ha dichiarato che i veri problemi dell’Italia sono i nemici interni della sua coalizione (leggi Fini) e i vecchi politici politicanti (leggi Casini). Che c’entrano gli appalti, i regali, Scajola, Bertolaso, Dell’Utri, Verdini, Cosentino, Brancher, Cappellacci, gli affari, i processi, le condanne, la P3, la nuova tangentopoli…?

sabato 3 luglio 2010

Le terre, le sabbie e i colori di Lentini

Potrebbe essere uscito da un racconto di Luis Borges o da un film di Werner Herzog: solo là si trovano personaggi dediti ad attività così impossibili, così impensabili, così “incompletabili”.
L’amico (artista? poeta? innamorato pazzo della sua terra?) di cui sto parlando è particolarmente noto per la passione e la competenza con cui ricerca e cataloga, fa conoscere e divulga le piante spontanee del nostro territorio, ma anche per la produzione amatoriale di liquori da infusione prodotti proprio con quelle erbe, per le sue sculture in legno e per i lavori in ferro battuto; per non dire del suo impegno in tutte le attività di volontariato in cui viene chiamato.
Si chiama Pippo Pellegrino ed è tornato a Lentini dopo avere trascorso la sua vita lavorativa in Piemonte. Dice che solo l’aria che respira qua, i colori che ci illuminano, il sapore dei prodotti della nostra terra lo fanno sentire vivo, sereno, in equilibrio. E, possiamo dire, questo è quello che cerca di insegnare a percepire e godere a tutte le persone con cui viene in contatto.
Ma ciò che lo rende personaggio herzogiano (ricordate Fitzcarraldo e Aguirre?) è la sua ultima idea: l’idea titanica e che mai nessuno potrà completare, di raccogliere, catalogare, rendere “mostrabile” tutti i colori del nostro territorio. Quelli delle rocce di Castelluccio e del Murrazzo, quelli della sabbia di Agnone e della Foce del San Leonardo, quelli dei terreni di Pancali (e sono mille, perché c’è il bosco, il Cozzo Netto, la sughereta, il versante sud, ecc., ecc.), quelli della “suarra” della Riina, del Seggio, di Ponte Malati, e ancora, la terra verdastra del Mercadante, di Speziale e quella rossastra di Casa Vuturo, quella giallognola di Cugno Carrubba e quella bluastra della valle del Sant’Eligio.
Ho chiesto a Pippo una decina di bottigliette di “terre di Lentini”, che ho spedito a vecchi amici emigrati in Francia, in Germania, in Inghilterra, negli Stati Uniti: le terre che abbiamo calpestato insieme durante una scampagnata di cannaluvaruni o da junnata ‘o sonnu, nel posto dove catturammo la lucertola, dove andammo con le ragazze un po’ in disparte, dove rubammo i fichi.
Ti ringrazio, Pippo. Mi hai dato un’altra occasione per rinfrescare l’amore per la nostra terra. Mi piace guardare e mostrare la sabbia calpestata da Gorgia, da Iacopo, da Riccardo e dalla regina Bianca. Verrò ancora a cercarti per chiederti la terra della chiesetta di Sant’Andrea, sulla strada per Buccheri e sulla sponda del San Leonardo ancora giovane, e quella della Badiula, per illudermi di sentire ancora i rumori dei Cavalieri Templari dediti alla pesca nei pantani, e quella della Castellana e di San Basilio, per avere qualcosa da toccare di popolazioni ancora avvolte nel mistero.
Di ogni terra ne farò un quadro che rappresenterà i colori, la memoria, la storia della nostra città ed anche le tappe della mia piccola, breve vita. E sarà meraviglioso mostrarlo agli amici che verranno a trovarmi e raccontare loro “questa sabbia viene da un posto dove un giorno, insieme a…”

ENZO LAEZZA, IL POLIZIOTTO GENTILE

Enzo Laezza, uno dei poliziotti più noti dai lentinesi, ha raggiunto l’età del congedo ed ha lasciato la P. S. Difficile da credere, considerato il suo attaccamento al lavoro e la sua figura ancora così giovanile.
Giunse a Lentini nel ’72 che sembrava gemello di Gianni Morandi. Qui in 40 anni ha salito tutti i gradini della carriera di sottufficiale fino a congedarsi con il grado di commissario.
Venne con un paio di bagagli molto pesanti ma portati con la leggerezza di chi ne conosce bene il valore: gli insegnamenti della Scuola di Polizia ed una raccomandazione del nonno don Nicola Sansone, noto, rispettato e saggio contadino delle campagne di Acerra: “Ricordati sempre, caro Enzo, la delicatezza del tuo ruolo. Ti capiterà spesso di avere in mano il destino di qualcuno poco fortunato. Comportati sempre con correttezza ed umanità e non avrai mai motivi di rimorso”.
Quando giunse a Lentini Enzo ebbe la fortuna di trovare subito in tanti suoi colleghi anziani, quelli che dovevano fargli da maestri, altrettanti “nipoti” di nonno Sansone; gente che da anni operava proprio seguendo quei principi di rispetto e di attenzione nei confronti di chiunque: dal Commissario Edoardo Burrascano al maresciallo Gentile, al brigadiere Blasco, dal brigadiere Matarazzo, all’appuntato Porto (in occasione della lavorazione a “Graziella fumava le Alfa” e nel Convegno sui fatti della Vaddàra ho avuto la possibilità di raccogliere diverse testimonianze che raccontano come sia antica e solida a Lentini la tradizione di esponenti della P. S. portati al dialogo e alla comprensione. Parlo del 1966 e del 1948).
Il quarantennio attraversato da Laezza in divisa è stato un periodo di straordinari cambiamenti. Ed egli, un po’ per sensibilità personale, un po’ perché ogni giorno diventava più lentinese (nel ‘74 ha sposato Lucia Cardillo, figlia di un altro protagonista di quegli anni, il cav. Alfio, dirigente artigiano, assessore e consigliere comunale) ne è stato testimone attento e consapevole.
Nel ’72 Lentini, era una città, se posso dire così, molto “ordinata”: la Chiesa (le parrocchie di S.
Alfio, della S. S.Trinità, di S. Luca, di Santa Croce, con padre La Rosa e padre D’Asta, padre Di
Stefano, padre Raddino, padre Cantella) riusciva ad aggregare centinaia di giovani con varie attività
culturali e sportive, oltre che con il richiamo della fede. I sindacati potevano contare circa 5-6000 iscritti e la loro influenza non si limitava solo all’ambito lavorativo. I partiti erano veri e propri centri di aggregazione e partecipazione democratica, scuole di pensiero e di comportamento, palestre per la formazione dei cittadini partecipi e consapevoli. Certo, ognuno con i propri punti di vista, spesso molto distanti tra loro (Partito Comunista, Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Movimento Sociale), ma con un comune denominatore: quello che oggi, come fosse una “scoperta”della Lega Nord, viene chiamato “rapporto con il territorio”.
Ecco, il territorio e la comunità erano certamente più monitorabili ed in grado di auto-proteggersi da qualunque tipo di attacco esterno: da quelli portati all’ambiente a quelli contro la civile convivenza.
Man mano, però, le cose cambiavano: l’organizzazione della società andava pian piano perdendo consistenza e le sue difese immunitarie andavano indebolendosi.
Cambiava ancora, dunque, il tipo di impegno della P. S. e di Enzo Laezza.
Gli anni ’80 probabilmente possono essere definiti anni di “occupazione mafiosa”. Penso abbia ragione Enzo quando osserva che questa “invasione” fu possibile, o, almeno, agevolata dal notevole indebolimento degli argini sociali di cui si è parlato prima (sindacati in primis).
Furono quelli gli anni tristissimi delle bombe nei cantieri e nei magazzini, delle guerre tra clan e interne ai clan. Decine di omicidi commessi anche nelle strade del centro, attentati così frequenti da farci sembrare nel Libano di allora.
Il nostro testimone era sempre là, con compiti diversi, preoccupazioni diverse e l’angoscia del lentinese sempre più preoccupato per il futuro della sua città.
Gli anni ’90 si caratterizzarono per un duplice aspetto: sotto il profilo istituzionale, la stabilità delle Giunte Raiti, rese possibili dalla nuova Legge elettorale (elezione diretta del Sindaco), che diedero grande slancio a quella che nel passato era stato tratto caratterizzante del profilo di Lentini: la democrazia e la partecipazione popolare; sotto il profilo della voglia di rinascita della comunità, da un grande attivismo, talvolta brillante, altre volte confuso, alla ricerca di nuove prospettive per vie senza sbocchi (un turismo fondato su feste popolari, spettacolarizzazione di storie e tradizioni sacre, ecc.). Altra nota caratterizzante di questa fase, nota secondo me positiva in tutto e per tutto,
fu la nascita della cultura della salvaguardia del territorio, in primo luogo riguardo le possibili presenze di prodotti nocivi, in considerazione dell’alta incidenza di patologie leucemiche e tumorali.
In quest’ultima attività che coinvolse gran parte della città e di cui l’Amministrazione Comunale fu forte promotrice, il nostro Enzo svolse (e continua a svolgere, per essere precisi) un ruolo fondamentale. Stavolta non come poliziotto ma come fondatore e presidente dell’Associazione per bambini leucemici “Manuela e Michele”-
Come tutti sanno nell’87 egli subì la più grande tragedia che possa subire un padre: la perdita di una figlioletta, Manuela, appunto per leucemia.
Fu un’altra occasione (stavolta amarissima) per conoscere la forza e la generosità dell’uomo. Egli non si chiuse nel suo dolore, ma insieme ad altri genitori altrettanto sfortunati (i Niniano, papà e mamma di Michele) diede vita ad un’Associazione che da oltre vent’anni è ormai nella storia, non solo cittadina, per il numero e la qualità degli interventi a favore dei bambini leucemici e delle loro famiglie.
Ma questa è un’altra storia e sono certo che Enzo ci “costringerà” a parlare a lungo anche di essa.
Oggi va rivolto il saluto grato al poliziotto che non ha mai alzato la voce né strattonato nessuno, che è stato efficiente senza ricorrere mai alle maniere forti. A un protagonista e testimone degli ultimi quarant’anni, consapevole sempre della delicatezza del suo ruolo e dell’importanza di viverlo in assonanza con la comunità. Al servitore dello Stato che, mentre tutto attorno a lui cambiava, e non sempre in meglio, ha sempre mantenuto la coerenza del “poliziotto di prossimità” e l’umanità del nipote di don Nicola.
Per oggi non riesco a aggiungere altro che questo: “Ti ringrazio, caro Enzo, come lentinese e come amico. Spero che in tanti seguano il tuo esempio”.