sabato 22 novembre 2008

Ziti, miti e riti

Quattro serate domenicali (tutte quelle di dicembre) per parlare, ricordare, rievocare e riconsiderare come i ragazzi e i giovani di allora vissero gli anni ’60 a Lentini.
Molta nostalgia, certo, forse anche qualche lacrimuccia, ma varrà la pena raccontare la “prima volta” in un periodo in cui le ragazze non avevano certo la libertà di oggi, o i primi balli (quelli in casa e quelli, mitici, degli “anni verdi”). E probabilmente oggi vedremo con occhi diversi e capiremo qualcosa di più di quegli anni di euforia e di grandi trasformazioni (la televisione in tutte le case, le scuole “alte” aperte quasi a tutti, il Mokambo, il Carmes, l’Upim, l’arrivo di alcuni “forestieri eccellenti, come gli Zerega, i Tesei, i Giuffrè). Tempi di estenuanti passeggiate in via Garibaldi, di “ziti cull’occhi”, di scherzi memorabili e ragazze irraggiungibili; tempi di FUCI, di Liberi Calciatori e Stella Rossa, di Bortoletti, Augusto Ferrante, Gianni Viola, dei grandi, inviditissimi, “vitaioli”, delle splendide “irraggiungibili”, del leggendario gay che sfidava il mondo con le sue mise e la strepitosa “nnacata”, di Cesare Pisano, il “fusto” per antonomasia.
Si parlerà di questo, di tant’altro che qui è impossibile citare e di tutto quell’altro che mi vorrete suggerire e ricordare, voi che mi leggete.
Essì, perchè sarò io a condurre questo amarcord lentinese, questo spettacolo della voce e della memoria. Ma non sarò mai solo. Ci saranno, ad ogni “puntata” i protagonisti e i testimoni di vicende, storie, situazioni di cui si parlerà. E non solo. Ci saranno anche, ospiti fissi, Bruno Gullotta e Luisa Zarbano, che ci riproporranno quelle canzoni dell’epoca legate ai nostri balli, alle gite, alle furtive “abbozzate”.
Tutte le domeniche di dicembre, dunque, cioè il 7, il 14, il 21 e il 28, in un luogo bellissimo, il B&B “Masseria Militti”, di via Fratelli Bandiera, 18. E Sergio Militti, maestro di ospitalità, non ci lascerà di certo a becco asciutto.
C’è un solo piccolo problema: il locale non si presta ad ospitare folle oceaniche, ma, al massimo 30-35 persone. Questo vuol dire che chi avrà piacere di partecipare dovrà prenotarsi per tempo ed essere puntualissimo alle 17.
Gli incontri saranno trasmessi in diretta e archiviati per chi vorrà sentirli in differita, su Radio Elleuno Lentini (99,2 fm) e sui siti internet:
http://guglielmotocco-cosemie.blogspot.com,
http://www.radioelleuno.it,
http://lentini.forumfree.net
In questi siti potranno effettuarsi le prenotazioni ed essere inviati anche i commenti, i suggerimenti, le indicazioni, le foto, i documenti che si desidera vengano condivisi.
Alla fine ne faremo un libro da conservare, regalare, far circolare, giusto per, con estrema modestia, immortalare tutto

venerdì 21 novembre 2008

Viva Villa(ri)

I messicani avevano Pancho Villa e tuttora ne vanno fieri, noi dobbiamo accontentarci del mastelliano Villari. Non avrei mai immaginato, però, che un giorno questo senatore, mastelliano anche nelle fattezze, mi sarebbe diventato simpatico. Eppure è accaduto. Oggi mi appare come un fenomeno nuovo che può portare a grandi cambiamenti nelle regole che tengono insieme la corporazione dei politici italiani. Villari è un senatore elevato inopinatamente a tale carica direttamente dal PD. Un bel giorno il partito antagonista del PD, quel PdL oggi al governo, lo sceglie come suo controllore gradito in una delle articolazioni del potere di chi governa (la RAI). A lui, uomo semplice e concreto, non interessa molto chi lo nomina e a che cosa, gli interessa solo essere nominato. PdL o PD per lui non cambia molto (a Lentini si diceva una volta "cu ti runa pani ghiamulu pattri" (chiama padre chi ti dà da mangiare). Nonostante nell’accettazione della carica di Presidente della Vigilanza RAI c’entra molto l’etica e la cultura del Villari, Di Pietro non sbaglia nel dire che Berlusconi in questo caso è stato un corruttore: il Cavaliere lo ha nominato (l’elezione alla Camera è una pantomima) non perché non ne avesse altri a disposizione ma solo per mettere in difficoltà (riuscendoci magnificamente) l’opposizione e il PD (il padre-partito che a Villari aveva dato "pane" pochi mesi fa). Tutto era chiaro, già visto mille volte in Italia, all’estero, in ogni comune, osceno e banale. Un semplice caso di corruzione, tradimento, cambio di casacca per interesse, ecc. ecc. In una parola, un caso rassicurante, perché fenomeno noto, variabile sempre messa in conto. All’improvviso, però accade il fatto nuovo: il senatore-oggetto che si era venduto per il classico piatto di lenticchie si ribella al suo compratore. Ma, attenzione, non è questo che mi manda in sollucchero. Se la storia finisse qui il Villari avrebbe parzialmente ricucito una grave ferita inferta da se medesimo alla sua propria dignità. E questo rimarrebbe un fatto suo personale difficilmente in grado di emozionare altri al di fuori di se stesso e della sua famiglia. La mia simpatia nei suoi confronti sgorga perché egli, involontariamente, è diventato il granello di sabbia che fa inceppare il sofisticato meccanismo di autodifesa della corporazione dei politici italiani. Con il suo doppio tradimento ha dimostrato la fallibilità delle segreterie dei partiti nello scegliere "loro" i nostri rappresentanti, e la fallibilità del corruttore nello scegliere il domestico. Questa finestra aperta improvvisamente e inaspettatamente dal caso Villari ha permesso a tutti di vedere quanto povera e priva di gusto sia la mobilia del Palazzo. E questo assomiglia molto a quel racconto di Gianni Rodari dal titolo “Gli abiti nuovi dell’imperatore”. Chissà cosa accadrebbe se da Campione d’Italia a Marzamemi si levasse finalmente una grande, rumorosa, maleducata risata in faccia a questa cinquantina di individui che ogni giorno ci rubano un po' di democrazia. Potrebbe finalmente verificarsi il miracolo dello sghignazzo tanto caro a Dario Fo.

lunedì 3 novembre 2008

Due incontri poetici

Ieri, come molti, sono andato al cimitero. E come molti ho incontrato decine di amici, parenti, conoscenti. Due di questi incontri mi hanno colpito particolarmente.
Il primo fu con un’anziana signora, sorella di un mio indimenticabile amico morto alcuni anni fa. A lei, poco tempo dopo il fratello, è venuto a mancare anche un figlio piuttosto giovane. Cercava la tomba di un bambino suo compagno di giochi nella fanciullezza. Ed era sinceramente dispiaciuta di non potere portare un fiore, come ogni anno, a quel suo amichetto. Poi la vide da lontano e vi si diresse quasi di corsa, salutandomi di fetta. Finalmente si era rasserenata.
Il secondo, con un personaggio molto noto a Lentini: Elio Cardillo (per qualcuno che non lo conosce, egli è poeta, attore, archeologo dilettante, animatore di mille iniziative che hanno a che fare con le tradizioni lentinesi). Appena finito di salutarci mi mi disse che era appena stato a portare un fiore a donna Rita Cattano. Capì subito che non sapevo chi fosse e si premurò a parlarmene. Era una ostetrica (allora, quando si partoriva in casa con il solo loro aiuto, le ostetriche si chiamavano “levatrici” e “mammane”). Era morta nel 1931. Elio è nato molti anni dopo, ma, dice lui, “chissà quanti lentinesi ha fatto nascere e non è giusto che la sua tomba sembri abbandonata”.

sabato 1 novembre 2008

Un grande insegnante e un magnifico alunno

Grazie a mia figlia ho per le mani un libro di bellezza commovente.
Ha per titolo “Pagine di letteratura greca - Raccolta degli appunti delle lezioni del prof. Carmelo Restifo tratta dai quaderni dei suoi alunni”.
Il professor Restifo era nato nel 1925 ed è morto nel 2005. Aveva insegnato dapprima in una scuola media e poi, dal 1963 al 1993, nel Liceo Classico “Tommaso Campanella” di Reggio Calabria. Subito dopo la sua scomparsa, un suo alunno, Enrico Tromba, si ricordò di avere conservati da qualche parte i quaderni degli appunti che durante i tre anni del Liceo aveva preso durante le lezione del professore. E si ricordò che anche altri suoi ex compagni, incantati dalle sue lezioni, dai suoi modi, dalla sua capacità espositiva, amavano appuntare le lezioni del professore. Ed erano tanti quelli che avevano conservato quei quaderni come cose preziose. Continuando la ricerca scoprì che non c’era stato anno, a partire dal ’63, in cui almeno un alunno del professore Restifo non avesse conservato gli appunti del professore. E così, felice di avere avuto la conferma di quanto straordinario fosse stato quell’insegnante, pensò che quegli appunti potevano diventare un libro. Per ricordare il professore di greco. Il volumetto è stato pubblicato il giorno del primo anniversario della scomparsa del professore.
Spero di conoscere presto e di abbracciare Enrico, l’alunno che tutti i professori vorrebbero. E spero che lui mi vorrà parlare a lungo di Carmelo Restifo, il professore che vorrebbero tutti gli studenti.

Un altro importante appuntamento con Fino Giuliano

Cari amici,
ho il piacere d'informarvi che martedì 18 novembre alle ore 18.30
presenterò il mio romanzo "Ritorno in Sicilia" all'Istituto culturale della
Repubblica ceca a Roma.
Se siete nella capitale, ci tengo alla vostra presenza
Un caro saluto, Fino


Aggiungo che, salvo imprevisti, Fino sarà a Lentini tra Natale e Capodanno per presentare il suo ultimo libro di poesie. Avrò modo di essere più preciso fra qualche settimana. Guglielmo

sabato 25 ottobre 2008

Se la poesia diventa spettacolo

I programmi televisivi della domenica pomeriggio sono così seguiti dal pubblico che quando in qualcuna di loro viene proposto qualcosa di originale tutta l’Italia ne viene a conoscenza. Se ne parla in famiglia, nei bar, nelle sale d’attesa dei medici e in quelli degli avvocati. Da qualche tempo, forse alcuni anni, questo tipo di impatto si era fatto più tenue e meno frequente. Segno che gli autori di tali programmi non inventano niente di nuovo o di memorabile. Quest’anno il programma di intrattenimento domenicale condotto da Pippo Baudo sembra abbia fatto il “colpaccio”. Ne ho sentito parlare da persone e in luoghi assai diversi tra loro. Qual è la novità? La poesia. C’è uno spazio dedicato alla poesia. Gli spettatori (tutti, non solo gli allitterati) sono invitati a inviarne una scritta da loro e anche a votare democraticamente (una telefonata - un voto) quella che preferiscono. Addirittura c’è un sostanzioso premio (ben cinquemila euro) per chi vince la gara settimanale. Due considerazioni facili facili. 1) Pippo Baudo e gli autori della trasmissione con uno sforzo economico e organizzativo minimo hanno realizzato un segmento di programma di notevole successo. E questa è genialità. 2) Con la loro trovata hanno fatto “scoprire” la poesia, la bellezza della parola poetica, il piacere delicato e sofisticato di scrivere e, inevitabilmente, la curiosità di leggere la “grande poesia” a milioni e milioni di persone.
“Il venerdì di Repubblica” è un magazine con un numero di lettori infinitamente più piccolo di quello degli spettatori di “Domenica in” ma certamente non trascurabile. Ebbene, nell’ultimo numero, quello di venerdì 24 ottobre, a pagina 105, pubblica un articolo che parla, guarda un po’, di poesia. Informa che una cantautrice siciliana che vive in Germania, Etta Scollo, ha inciso e pubblicato un disco che sta ottenendo un grande successo. Le canzoni che lo compongono sono i testi delle poesie dei poeti arabi siciliani vissuti attorno all’anno mille e musicate dalla stessa Etta ed il suo titolo è dolcissimo e poetico a sua volta: “Il fiore splendente”. Franco Battiato, che è da tutti riconosciuto come uno che di musica e di poesia qualcosa capisce, non solo ha manifestato un grande entusiasmo per la musicista ed il suo disco, ma ha perfino cantato un brano (Corro con te) insieme a lei.
E a questo punto l’accelerazione dei battiti del mio cuore si è fatta preoccupante.
Per due ragioni.
Prima: nel nostro piccolo (ma proprio piccolissimo) la poesia aperta a tutti, offerta a tutti, la poesia come gioco e invenzione, come piacere e divertimento, senza discriminazioni di titoli o di bravura, non la proponiamo da dodici anni con il San Valentino a Lentini? Seconda: ma la poesia medievale (Iacopo da Lentini, San Francesco d’Assisi, Iacopone da Todi, Dante) non l’abbiamo vestita di musica anche a Lentini (nel 2000, assessore alla cultura Renato Marino, tra i lettori il sottoscritto, Tommaso Cimino, Marizio Caffi, Salvo Cultrera e altri ancora)?
Oltre all’evidente e non dissimulabile mia personale vanità (lo confesso), mi hanno spinto a scrivere questo articolo due riflessioni più serie. Una è che scoprire che a Lentini talvolta riusciamo a fare cose un po’ originali e non solo copiato, dovrebbe dare un po’ di fiducia in noi stessi e incoraggiarci a osare qualcosina di più e a compiangerci un po’ di meno. L’altra è quella di riflettere che questa è la città di Iacopo: giocando con intelligenza la carta di Iacopo e della poesia anche Lentini potrebbe ottenere i successi che oggi arridono a Pippo Baudo e a Etta Scollo.

sabato 18 ottobre 2008

Lettera a perta ad Aldo Failla

Caro Aldo, il tuo articolo sulla cerimonia di intestazione di un’aula del Tribunale di Lentini a Giovanni Falcone ha lasciato l’amaro in bocca. Con dolore, infatti, facevi rilevare la scarsa presenza di politici lentinesi e della provincia.
Forse non tutti hanno colto che ricordando Giovanni Falcone non si ricorda “solo” un eroe che ha immolato la vita consapevolmente per il bene dell’intera società siciliana e italiana, e neanche “solo” il magistrato intelligente e tenace che riuscì a trovare la chiave per aprire la porta ai segreti che rendevano inattaccabile la mafia siciliana. Forse molti credevano che si stesse parlando di avvenimenti ormai passati e noti a tutti e, dunque, di una semplice cerimonia commemorativa. Sarebbe bastato appena uno dei motivi che ho citato per sollecitare una partecipazione più massiccia del ceto politico. Tuttavia proprio in questi giorni si avverte più acuto il bisogno parlare e fare parlare di mafia, dei Falcone, dei Borsellino, dei Livatino, degli Impastato. Sono questi i giorni della strage degli immigrati da parte dei Casalesi e delle reiterate minacce di morte per Saviano; sono i giorni in cui due ministri dibattono se questa guerra debba chiamarsi “di mafia” o “civile”, concordando, però, sul fatto che di guerra si tratta. E che si combatte con le armi. All’interno del nostro Paese.
In giorni come questi ogni occasione dovrebbe essere utilizzata per parlare, ricordare, imparare qualcosa di più. Sono giorni in cui i politici, le personalità, gli uomini impegnati che su questo versante hanno sempre fatto il proprio dovere dovrebbero inventarsi qualcos’altro da fare. E quelli che il proprio dovere non l’hanno fatto dovrebbero recuperare il tempo perduto, pagare il debito. Lentini, l’intera città e il suo ceto politico l’hanno fatto il proprio dovere? Io credo di no. Oggi, sedici anni dopo la morte, tu e il Kiwanis avete sollecitato l’intestazione dell’Aula a Giovanni Falcone; un mese dopo l’attentato Luigi Boggio e la CGIL al termine di una manifestazione con poche decine di persone piantarono un simbolico carrubo alla villa Gorgia. Iniziative, dibattiti, assemblee, discussioni ne sono stati fatti tanti, anche di alto livello e anche con personalità di prestigio (con Armando Rossitto, don Ciotti, Rita Borsellino, ecc.) Ma gli unici segni leggibili da chiunque e in qualunque momento sono rimasti l’Aula e il carrubo. E basta.
Lentini è una delle pochissime città siciliane (forse il 10%) che non ha una via intestata ad una vittima della mafia, ad un eroe della resistenza antimafiosa. Sarebbe ora di recuperare il tempo perduto ed intestare qualche via e qualche piazza a Falcone, Borsellino, Chinnici, Livatino, ed anche a Peppino Impastato e Libero Grassi, Giuseppe Fava.
Sull’importanza della nomastica penso non ci sia bisogno di spendere molte parole. Basta, forse, ricordare il livello dello scontro sul nome dell’aeroporto di Comiso.
Tu, Luigi Boggio e Armando Rossitto avete i titoli e l’autorità morale per avviare una forte iniziativa in tale direzione. Ed essendo Armando vice sindaco, qualche risultato si potrebbe raggiungere.

venerdì 10 ottobre 2008

Un grande lavoratore

C’è a Lentini una carta di lutto che comunica alla cittadinanza la scoparsa di tl Filadeflo Insolia, di anni 64. Non so chi sia, ma è possibile che lo conosca. Sarebbe facile indagare e ho in programma di farlo. Ma ora mi piace dire qualcosa di lui proprio in quanto sconosciuto.
Nella carta di lutto, proprio sotto il nome, i suoi familiari hanno fatto scrivere, in neretto e maiuscolo: GRANDE LAVORATORE.
Trovo la cosa di bellezza commovente. I familiari del defunto hanno ritenuto di assegnare al loro caro un titolo. E questo titolo è “grande lavoratore”.
Sicuramente egli in vita sarà stato un vero, grande, serio, affidabile lavoratore. Per fortuna ce ne sono stati, ce ne sono al mondo e ce ne saranno ancora tanti altri e tuttavia, anche se egli è in copiosa compagnia il suo titolo di “grande lavoratore” non perde niente. Ma c’è qualcosa di straordinariamente raro e importante: il fatto che i suoi familiari (forse su richiesta dello stesso Insolia) abbiano deciso di dichiararlo con tutta la solennità insita in un manifesto che ne annuncia la morte, nell’ultimo e più importante annuncio che lo riguarda, quasi a volere rendere sacra e definitiva quella dichiarazione. Una dichiarazione che attiene al rapporto di quell’uomo con il lavoro, evidentemente visto e affrontato come impegno dalle implicazioni sociali, visto che è alla società che viene resa la dichiarazione. Come dire: Filadelfo Insolia ha lavorato consapevole che il lavoro di ognuno di noi non serve solo a noi stessi. E ha lavorato con grande impegno, serietà e bravura anche per tutti voi che leggete.
Questa idea del lavoro mi sembra vera e straordinariamente bella e sono sicuro che Filadelfo Insolia nella sua vita è stato davvero un grande lavoratore. Porterò un fiore sulla sua tomba e ringrazio la sua famiglia per questa splendida lezione.

domenica 28 settembre 2008

Grazie, Luigi Lo Re, e buona vita

Da qualche giorno in via Garibaldi c’è un negozio in meno. Lo studio fotografico di Luigi Lo Re. Per molti è successo “solo” questo. Un negozio (io continuo a chiamarlo così, ma sbaglio: da noi il negozio di un fotografo è uno “studio”) che ha cessato l’attività. Fisiologico. Ma per tanti, tantissimi altri, quello che non c’è più era un luogo importante: luogo di incontro, di appuntamenti, di ricordi. Per tanti dire “vediamoci da Lo Re” era come dire “vediamoci alla villa” o “vediamoci a tale bar”. E non da qualche anno, ma da quarantacinque anni a questa parte. Un’istituzione, come si dice.
Agli inizi fu “Lorelan”, dove la Lan stava per Lanteri, il noto Franco, anche lui apprezzato ed amato da tutti i lentinesi. In quegli anni le macchine fotografiche non erano molto diffuse, così i due giovani fotografi (entrambi cresciuti alla scuola del mitico Orazio Cimino) venivano chiamati ad immortalare tutti i momenti pubblici e privati di una certa importanza. Anche molti giornalisti si rivolgevano a loro. Mi viene in mente una loro splendida fotografia degli scontri tra polizia e braccianti nel famoso sciopero del dicembre 1966, pubblicata sulla prima pagina del Corriere di Sicilia a corredo di un magistrale articolo di Carlo Lo Presti.
Già da allora lo studio era punto di incontro dei giovani più in vista di Lentini. Da osservatore, più che da frequentatore, mi ricordo di alcuni personaggi che colpivano la fantasia di noi più giovani: Pippo ed Elio Cardillo, il cantante Nuccio Vilona, in arte Tony Vilon, l’irresistibile Pippo Saccà (chissà dove si trova). Quando i due amici si separarono e lo studio di fronte alla villa Gorgia rimase al solo Lo Re, l’aspetto - diciamo così – sociale del negozio si accentuò. Il carattere dolce, il perenne sorriso, l’inimitabile e bonaria ironia di Luigi per oltre tre decenni ha attratto molti appassionati di fotografia (dal prof. Emilio Mirisola all’ing. Franco Vacanti, al prof. Mario Cormaci) ma anche molti politici di sinistra (Luigi Boggio, Armando Anzaldo, Pippo Moncada, Santo Ragazzi, Ferdinando Leonzio, …) e personaggi un po’ strani. Credo che non ci sia lentinese che non abbia notato, almeno una volta, davanti al negozio, ora un gruppo ora un altro di persone intente a discutere animatamente di problemi, idee, soluzioni, speranze e delusioni riguardanti la città. Tra le tante, una presenza quasi fissa, quella di Enzo Ferraro, e con lui sempre qualcuno della sua compagnia (Cavalieri, Polopoli ecc.).
Luigi Lo Re ha “chiuso bottega” mentre è ancora in splendida forma. E gli auguriamo ottima vita anche da pensionato. Ma mentre lui conserva il suo sorriso sornione, quella saracinesca abbassata genera un po’ di tristezza e molta nostalgia.
Ma c’è ancora qualcosa da dire: situazioni di questo tipo non nascono per caso. Nascono quando da parte del padrone di casa c’è disponibilità, socialità, vocazione ai rapporti umani. Ma, soprattutto, quando questi ha la consapevolezza che mettere un “posto” a disposizione, direi, della città è un modo molto efficace di aggiungere qualcosa alla propria comunità. Credo sia sempre così. Che sia stato così per Luigi Lo Re ne sono più che certo.
C’è un modo per dirgli grazie. Nel giro di un paio di settimane organizzeremo un incontro pubblico in un locale da definire (quanto ci manchi, Antico Lavatoio!) durante il quale consegneremo a Luigi una pergamena con le firme di tutti i presenti. Sarà anche una bellissima occasione per raccontare coralmente quarant’anni di storia lentinese così com’è stata vista da quel particolare punto d’osservazione.
Chi vuole aderire, può farlo attraverso il giornale o il sito in cui legge queste righe.

domenica 14 settembre 2008

Un articolo del Giornale di Vicenza su Fino Giuliano

IL GIORNALE DI VICENZA
Venerdì 05 Settembre 2008 cultura Pagina 51
LIBRI. IL ROMANZO “NOIR” DELLO SCRITTORE SICILIANO CHE DA MOLTI ANNI FA L’INSEGNANTE A VICENZA

Un manoscritto di Kafka nella Praga dei rimpianti.
Sarà presentato oggi al Festival letteratura di Mantova l’ultimo libro di Filadelfo Giuliano, “Ritorno in Sicilia” edito da Azimut. È una bella soddisfazione per l’autore, siciliano di Catania (di Lentini, nota di G. Tocco) ma ormai vicentino d’adozione, che insegna lettere nella scuola media di via Carta a Vicenza. Ma non è la prima. Il suo libro, infatti, è stato premiato al concorso letterario “Più a sud di Tunisi” che s’è tenuto recentemente a Portopalo, vicino a Capo Passero, in provincia di Siracusa.
È una località cui l’autore è molto legato (tant’è che è citata più volte nel romanzo, come il luogo del ritorno e dell’identità perduta) che si trova effettivamente più a sud di Tunisi, perché è il paese più meridionale della Sicilia. Ecco il perchè del titolo del premio.
Il libro, scritto in modo avvincente, riflette il grande amore che Giuliano ha per Praga, città che ha conosciuto da vicino e visitato più volte - a cominciare dagli anni della “Primavera” di Dubcek - alla quale è legato da un sentimento profondo. Tant’è che a Vicenza ha creato il circolo “Amici di Praga”. Anzi, questo “Ritorno in Sicilia” è stato pubblicato qualche anno fa in ceco, lingua che Giuliano conosce perfettamente, al punto da scrivere anche poesie, e ora appare nella... traduzione italiana.
Il volume è un noir che si svolge appunto fra Praga e Vicenza (non poteva mancare la sua città d’adozione) mentre un filo rosso lega la capitale della Cekia a Portopalo, che rappresenta il luogo dell’utopia, il posto dove si possono ricomporre i frammenti dell’esistenza.
”Ritorno in Sicilia” racconta, in realtà, il ritorno a Praga di Angelo dopo dieci anni di lontananza. Vi torna a cercare un manoscritto di Franz Kafka in ceco. Sarebbe un colpo grosso, visto che Kafka non ha mai scritto nella sua lingua. E questa ricerca diventa l’occasione per un’altra recerche, quella del proprio passato: i vecchi amici e la città che Angelo ricordava si sono trasformati, sono diventati irriconoscibili. Chi era contestatore è diventato commissario di polizia, i rivoluzionari di un tempo sono oggi ricchi imprenditori.
La spinta che lo ha motivato a questo viaggio, naturalmente è una donna, Pavlina, giovane e disinibita, conosciuta via Internet, che può metterlo sulla strada giusta per rintracciare il manoscritto.
La trama del libro è ricca di colpi di scena, sino a un finale imprevedibile. Sullo sfondo non c’è la Praga delle guide, ma la periferia delle case popolari, quella che i turisti non vedono, le bettole e le osterie. Puntuale fa capolino anche la tavola, dalla birra ceka fino al baccalà alla vicentina, con descrizioni che ricordano uno scrittore siciliano illustre, Andrea Camilleri.
Il libro ha molti livelli di lettura. Il primo è senz'altro psicologico. Perché la Sicilia, perché il ritorno? Perché il protagonista ricorda che la madre gli disse: “Porterai a Portopalo la donna che amerai”. Nel libro Angelo incontra molte donne. E ha parecchie delusioni. Il secondo livello di lettura è la liberazione interiore, soprattutto dai ricordi. La Praga di un tempo non c’è più, il mito della città di Kafka è stato cancellato. I flashback della memoria, Dubcek, il muro ideologico crollato, Jan Palach, fanno da contrappunto alla realtà della Praga di oggi: orde di turisti, corruzione, pornofilm, cattivo cibo.
Il tema letterario è un altro livello di lettura. Kafka, naturalmente, è immancabile. Ma arriva in sogno, consiglia. E non poteva che essere così. Arrivano anche i gendarmi de “Il Processo”. Perché in sogno serpeggia anche la tentazione di rovesciare tutto: la sfida è quella di rovesciare il finale di un libro come “Il Processo”. In fondo, non solo per la generazione di Filadelfo Giuliano, Praga resta la città - mito della rivoluzione, politica e personale, della liberazione. Anche se la storia, come pure il finale del libro, è assai più amara. A.D.L.